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A
proposito di Golden Globe..by Dany
Hugh Laurie ha vinto il Golden Globe 2006 come miglior attore in un
telefilm drammatico.
Premio più che meritato. Era doveroso, dal momento che finora House
aveva ottenuto numerose nomination, un Emmy a David Shore per Three
Stories, ma mai un premio all’attore principale, all’”anima” della
serie.
Artista eclettico, Hugh Laurie nella maturità ha trovato il modo di
uscire dal clichè comico, che lo aveva in gran parte caratterizzato, per
farsi notare a livello mondiale, come attore drammatico di razza, grazie
al personaggio del Dr.House.
House ha svelato un Laurie inedito, estremamente sensuale, intenso,
magnetico che ha sorpreso ed affascinato il pubblico con
un’interpretazione magistrale.
Non è difficile credere al fatto che Hugh Laurie, letto il soggetto e la
sceneggiatura del pilot, abbia fortemente voluto la parte di House a
tutti i costi. Rappresentava una sfida, che Laurie ha vinto sotto ogni
profilo.
House ha rappresentato la sua “rinascita” professionale e personale.
Dal punto di vista professionale,gli ha permesso di interpretare il più
bel personaggio mai apparso nella storia della televisione:
assolutamente unico e sui generis, fonte inesauribile di contraddizioni,
profondo e complesso, geniale e fanciullesco, triste con humor,
scorbutico, maleducato, egoista ma capace di slanci di generosità. Il
codice morale di House non è lineare, così come poco ortodosso il suo
senso di legalità e giustizia.
Un personaggio contorto, in lotta con se stesso, alla ricerca di una
pace interiore difficile da trovare, tormentato nell’animo e segnato dal
dolore costante.
Un simile personaggio fa emergere in un attore dalle straordinarie
capacità come Hugh Laurie il meglio di sé e della propria vocazione,
perché costringe ad un serio sforzo introspettivo per poter fare
affiorare, volta per volta, sentimenti diversi, contrastanti. House è un
personaggio che non ama parlare di se stesso e di quello che prova: fa
bene il suo lavoro e basta. I dialoghi non permettono di penetrare
nella sfera privata di House; sono l’espressività, la mimica e la
gestualità di Hugh Laurie che lasciano trasparire l’interiorità di
House, chiuso di fronte al mondo, e che, a parte qualche rara
eccezione, non mostra interesse né per gli esseri umani nè per le
relazioni interpersonali.
Dal punto di vista personale, House ha contribuito ad aiutare Laurie a
compiere un passo avanti nella sua lotta contro la depressione.
L’estrema sincerità dimostrata nel confessare apertamente il proprio
problema, ha fatto amare ancora di più al pubblico questo attore, dallo
straordinario talento e dalla straordinaria sensibilità. La sensibilità
può essere a volte un’arma a doppio taglio, può rendere più insicuri,
fare dubitare delle proprie capacità e rendere tutto più difficile. La
consacrazione di House ed il consenso avuto dal pubblico e dalla critica
senza dubbio hanno rappresentato uno stimolo per Laurie, per
riappropriarsi della propria autostima e ritrovare serenità ed
equilibrio interiore.
Il successo della serie deriva anche dalla compenetrazione tra attore e
personaggio, in House c’è molto di Laurie…e non solo… Laurie è un
interprete magistrale, ma non va dimenticato il “deus ex machina”, David
Shore, il cui apporto non è meno importante. Anche Shore ha investito
molto di personale in House, che possiamo dire essere figlio di due
padri geniali.
La “chimica” tra l’autore e l’interprete, cavalli di razza entrambi, ha
creato la magia di House, che cattura i telespettatori con una forza
magnetica unica. House non è uno show per tutti perché è alquanto
atipico, non segue lo stereotipo comune dei telefilm: non ci sono i
buoni e gli antagonisti, l’eroe e i cattivi, in primo piano c’è House e
tutto avviene in funzione di tale prospettiva.
Qui l’eroe, o meglio l’antieroe, con tutti i suoi difetti e le sue
contraddizioni, non ha rivali: House è al centro, rappresenta l’asse
portante e tutto ruota intorno a lui.
Gli altri personaggi, come satelliti intorno al sole, vivono di luce
riflessa, sono appena abbozzati ed emergono solo ed in quanto
interagiscono con House. Cuddy e Wilson: l’amicizia, la lealtà, la
stima; Chase: l’ambiguità; Cameron: la purezza dei sentimenti, la
giovinezza, l’adorazione incondizionata, l’amore giovanile; Foreman: la
rivalità, la voglia di affermarsi; Stacy il passato, la “normalità”, la
vita e l’amore maturo… perduti.
I
fan di House amano incondizionatamente questo dottore com’è e non
desiderano che cambi, lo vogliono così…perfetto nella sua
imperfezione…ma si suddividono in due grandi categorie, che io amo
definire razionali e introspettivi.
I
razionali sono gli appassionati dei casi clinici, sempre impossibili,
difficili da risolvere come il cubo di rubik…ai razionali piace vedere
House medico-diagnosta in azione, risolvere i casi con una logica
ferrea, con competenza e abilità. House come Holmes, dal fiuto
infallibile che lotta contro tutto e tutti per curare le malattie (a
volte i pazienti) attraverso un processo simile alla composizione dei
puzzle: passo passo, una tessera per volta, esaminando sintomo per
sintomo e procedendo nella diagnosi non sottovalutando niente, come un
perfetto investigatore. E come i bravi detective, House visita o fa
visitare, a seconda dei casi, la scena del crimine, il luogo del
delitto, incontaminato da interferenze personali dei pazienti, che non
la raccontano mai giusta, perché ormai si sa:”everybody lies”. I
razionali amano la lavagna e i pennarelli di House, la palla antistress
e lo vogliono preservare dalle avventure amorose che potrebbero
compromettere la sua capacità di giudizio, che potrebbero snaturarlo e
renderlo sdolcinato, meno scontroso, pungente, sarcastico, misantropo.
Poi, d’altro canto, ci sono gli introspettivi, quelli cui i casi clinici
interessano di meno, che sono più interessati invece alle dinamiche tra
i personaggi, alle loro storie, alle loro interazioni, anche
sentimentali. Sono quelli curiosi di scoprire tutto del passato di House
e di com’era prima della gamba; sono quelli che vogliono sapere che
combinano Wilson e Cuddy nella vita privata; gli shippers House/Cameron;
gli Huddy; i Chase/Cam….Anche gli introspettivi non vogliono che House
diventi una soap: i veri fans hanno troppo buon senso e rispetto per
House per stravolgere la sua natura; ma gli introspettivi, come Cameron
e House, sono, per un motivo o per un altro, un po’ “damaged” : amano
sentire cosa sente House, vedere il mondo con i suoi occhi e provare
quello che lui prova…amano soprattutto il suo bastone e l’apparente
contrasto forza/fragilità, genialità/fanciullezza, indisponenza/vulnerabilità.
Sono persone dai punti di vista anche molto diversi, ma è nell’ordine
delle cose: la serie è ancora in divenire e tutto in teoria è possibile.
Gli introspettivi hanno però un punto in comune: sono interessati
soprattutto al vissuto, all’interiorità, a quello che non traspare dal
caso clinico e dalla puntata, di volta in volta.
Sono attratti da quello che non viene detto, ma solo accennato, da
gesti, sguardi, ammiccamenti, seguono ogni particolare al fine di
trovare il filo conduttore della storia e dare un senso all’insieme.
Non nego di appartenere a quest’ultima categoria di pubblico, che con
atteggiamenti un po’ masochisti, ama soffrire con House, ne vuole
accarezzare l’anima e si lascia avvolgere dall’atmosfera creata ad arte
dalla genialità di Shore e del suo team, amando ogni aspetto della
storia nei minimi dettagli. In questo senso amo incondizionatamente il
triangolo Laurie/House/Shore.
Ritengo che la duplice chiave di lettura sia uno dei punti di forza
dello show, che, se continuerà a mantenere questi livelli, sarà
destinato ad un successo duraturo. La storyline di House sta evolvendo e
maturando: fino alla prima metà della prima serie, ogni episodio faceva
storia a sé, per delineare le linee portanti e la filosofia dello show e
tastare così il gradimento del pubblico. Ottenuta la fidelizzazione del
pubblico attraverso un soggetto ed una sceneggiatura magnetici, dalla
metà della seconda serie (con l’entrata in scena di Vogler e del suo
braccio di ferro con House), la storia ha iniziato un percorso di
continuità lineare e di sviluppo. In ogni puntata, come in un
complicatissimo puzzle fatto di scatole cinesi, si aggiungono piccoli
tasselli che determinano e completano vari aspetti, all’interno di un
disegno ben orchestrato, che nulla lascia al caso. Siamo ancora in
viaggio….alla ricerca di House e dei suoi orizzonti infiniti….
Il Golden Globe ci lascia ben sperare che la realizzazione della terza
serie sia ormai scontata e ne siamo più che felici.
Per concludere, ritornando al Golden Globe…grande successo di Hugh
Laurie come attore e interprete, ma anche come uomo, il cui spessore lo
si è visto anche durate la cerimonia in cui si è distinto, oltre che per
humor e garbo, anche per discrezione…un vero gentleman alla larga della
ricerca ostentata delle telecamere e della visibilità ad ogni costo. E
questo, nella baraonda di stelle, stelline, meteore e asteroidi di
quella gabbia di matti che è Hollywood è un punto a suo favore.
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